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Questi politici hanno solo fame: intervista a Giuseppe De Rita

Categoria: Letture consigliate
Pubblicato Martedì, 09 Ottobre 2012 12:34
Scritto da Super User
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Questi politici hanno solo fame

di Marco Damilano

 

«La seconda Repubblica è fondata su onorevoli e dirigenti arrivati al potere senza selezione e con una sola idea: far carriera e guadagnare tanti soldi». Parla il sociologo Giuseppe De Rita

(02 ottobre 2012)

 

Siamo nella fase della betoniera. E c'è solo da sperare, con un po' di cinismo, che alla fine succeda anche in Italia quello che avvenne negli Stati Uniti, con le grandi famiglie politiche che sono nate sul traffico degli alcolici...». Giuseppe De Rita, 80 anni, fondatore del Censis, commenta le cronache di questi giorni. A vedere le foto del toga party con gli invitati mascherati da maiali sembra di sfogliare le tante immagini prodotte dall'interprete della società italiana nei suoi rapporti degli ultimi venti anni: l'individualismo sfrenato, il disastro antropologico, l'eclissi della borghesia, la mucillagine, la poltiglia... «Ci metteremo almeno quindici anni a ricostruire qualcosa dopo questo dissolvimento». 
 
Già nel 2002 in "Il regno inerme", a proposito di classi dirigenti, lei parlava di un «paesaggio desolato». Quando è partito il vuoto morale e politico?  
«Sul piano istituzionale noi abbiamo fatto un gravissimo errore quando abbiamo dato maggiori poteri alle Regioni, fondando non uno Stato delle autonomie ma un federalismo dall'alto con la verticalizzazione del potere rappresentata dai governatori. Nessuno di noi all'inizio degli anni Settanta pensava a una decadenza così forte. Per paura della Lega e della secessione di Umberto Bossi il sistema romano ha offerto come risposta questo federalismo puntato sulle Regioni. Si sono scomodate grandi parole per nobilitare un processo senza controlli». 
 
Risultato?  
«Le Regioni sono la zona buia della politica in cui ciascuno fa il comodo proprio. Con in più il potere incentrato sulla figura del governatore che aggrava la situazione. Perché il troppo potere nella zona buia significa che o il governatore non riesce a controllare quanto avviene oppure è connivente. Si sente il padrone del mondo, ma poi nei fatti si ritrova a trattare con i Daccò in Lombardia o con gli Abruzzese e i Fiorito nel Lazio. La Polverini si è trovata di fronte a una manica di consiglieri da accontentare e si è scelta la strada più rapida per assimilarli: si sono distribuiti i soldi al consiglio regionale. Non è il metodo Scilipoti ma poco ci manca. Non è una vendita, è un comprare direttamente. Soltanto in pochi sono riusciti a fare sistema nelle regioni, ma quando il 70 per cento delle risorse se ne va in sanità vuol dire che le regioni non fanno altro. Resta un assembramento di liste di persone che fanno dell'essere consigliere una professione. E che per continuare a farlo hanno bisogno di soldi, molti soldi. Il decisionismo, la verticalizzazione, la personalizzazione hanno portato alla centralità dei soldi. Cherchez l'argent: chi ha i soldi si organizza la carriera in proprio, chi non ce li ha si aggrappa alla mano pubblica. L'Affarpolitica di cui parlava anni fa Adolfo Beria di Argentine».  
 
Non è sempre stato cosi? Anche la Prima Repubblica si fondava sui politici di professione...  
«Ricordo che nel '76 il cardinale Ugo Poletti convocò me e Vittorio Bachelet e ci chiese di candidarci nella Dc per il Campidoglio. Giulio Andreotti faceva il capolista, io e lui i numeri due e tre, uno di noi avrebbe fatto il sindaco. Non ci vide particolarmente entuasiasti, allora ci richiamò all'obbedienza. Io gli risposi: "Cardina', manco per l'obbedienza". Bachelet invece obbedì, si candidò e arrivò al diciottesimo posto, superato da oscuri democristiani che difendevano la loro posizione».  
 
Qual è la differenza tra loro e Batman?  
«Oggi questi qui arrivano senza nessuna selezione, in alcuni casi collocati in un listino senza prendere un voto, gli vengono regalati stipendio e vitalizio... Non hanno fatto le Frattocchie, non hanno frequentato l'Azione cattolica, ma chissenefrega, pensano, abbiamo il potere». 
 
Chi sono Fiorito e i suoi fratelli?  
«Personaggi che hanno dentro di sé il Dna, lo stigma del parvenu, nel senso tecnico del termine, vengono dal nulla. Pietrangelo Buttafuoco ha scritto che erano i marginali del Msi, di An. Si sono dati una riverniciata, ma nel cuore sono rimasti marginali. E nella Seconda Repubblica questo è avvenuto almeno in tre casi. La prima ondata furono i leghisti, all'inizio degli anni Novanta: arrivarono dalle vallate, conquistarono il governo nazionale e Bossi pensò che si potesse fare tutto, compreso incoronare il figlio. Lo stesso, in modo più patinato, ha fatto il berlusconismo, la seconda ondata: le donne soprattutto, in un mondo ordinato ben che vada sarebbero rimaste funzionarie di Publitalia, poi è arrivata la rivoluzione berlusconiana e le varie Nicole Minetti, la più appariscente della categoria. Non avevano il fuoco della politica, la politica restava delegata al Grande Capo, toccava a lui con le sue imprese conquistare il potere e regalarlo ai suoi. Infine, sono arrivati i marginali del post-fascismo: gli affamati amici di Alemanno. Lui è di buona volontà ma è circondato dai capipopolo. Risultato: vent'anni hanno consegnato a gruppi di marginali l'illusione di diventare borghesi. Un populismo riverniciato da neo-borghesia. La nuova arroganza del potere».

 

Però i partecipanti dell'Ulisse-party non sono parvenu, sono i figli della classe dirigente. Medici, avvocati, professionisti, giornalisti, la tanto decantata società civile, la mitica Roma Nord...  
«Sì, ma anche il figlio di papà ha ritenuto che la politica fosse la strada più comoda e rapida per emergere. No, mi creda, quella è la festa di chi è arrivato tardi e ora vuole tutto e subito. Ed è per questo che un personaggio come Fiorito diventa una grande figura: grazie alla politica e ai soldi. Questi della festa lo vedevano e pensavano: "Ahò, mica male..."». 
 
Le Regioni sono state una grande speranza, ora un giurista come Michele Ainis quasi ne invoca l'abrogazione. Cosa si può fare per rimediare?  
«Solo Monti potrebbe fare qualcosa, ma un governo che ha già fatto approvare decine di decreti a colpi di fiducia non può fare per decreto anche una riforma costituzionale. Per ricostruire un impianto istituzionale degno di questo nome serviranno dieci-quindici anni, se va bene». 
 
Per ricostruire la classe politica serve il tutti a casa?  
«Siamo nella betoniera: è il momento di macinare tutto. E sperare, chissà, che succeda a noi quello che accadde negli Stati Uniti, quando dai commerci della droga e dell'alcol sono nate le grandi famiglie del capitalismo e della politica». 
 
Fino a pochi giorni fa i leader di partito ripetevano: dopo Monti con le elezioni del 2013 tornerà la politica. Si illudono?  
«E' difficile che rinasca la politica come l'abbiamo conosciuta, quella che arrivava in alto e poi riscendeva. De Gasperi volava a Washington, il cuore dell'Impero stava lì, poi rientrava a Roma e costruiva consenso. I dirigenti del Pci andavano a Mosca, ma poi tornavano nella sezione di via dei Giubbonari a fare l'assemblea con i compagni. I politici erano interpreti di collegamento tra i centri decisionali e la società. Oggi le decisioni si prendono altrove: le banche, l'Europa, l'asse Merkel-Hollande... Solo il professor Mario Monti e il dottor Mario Draghi partecipano della sovranità. E non c'è più nessun rapporto tra i due livelli: Monti va a New York, non può occuparsi della Calabria. Il potere vola in alto, il resto rimane in basso, nella zona buia. E tutti gli altri, i cosiddetti leader, non decidono nulla, non hanno una base di riferimento. Puntano sulla personalizzazione di se stessi, tutto sull'immagine e nulla sulla sostanza. Vivono delle campagne mediatiche e degli ingenti finanziamenti che servono per farle».  
 
Vale per tutti i partiti? Anche per il Pd?  
«Ha letto la Carta di intenti? Sono linee a dir poco generiche, ciascuno di noi l'avrebbe potuto scrivere...». 
 
Lei ha scritto che Monti non basta: bisogna armare il fronte interno di «emozioni collettive»: una nuova vitalità di idee e di classi dirigenti. La parola d'ordine della rottamazione le sembra utile?  
«Sì, se è un modo per chiamare una generazione alla battaglia. Renzi lo conosco poco. A Firenze quando ha vinto le primarie è stato di una bravura straordinaria, ha sconfitto un gruppo di vecchi stalinisti che non avevano capito nulla. Non si può escludere che adesso succeda la stessa cosa a livello nazionale. Bersani lo ha capito, altri, anche i più autorevoli, sembrano ripetere l'errore. Ma il cambiamento potrà arrivare solo da un leader che si è già affermato. Se Renzi vince le primarie la sua battaglia comincia, non finisce». 
 
L'antipolitica di Beppe Grillo è una risposta?  
«Grillo è come Craxi. Ripete il circuito innescato da Bettino negli anni Ottanta: personalizzazione, visibilità su tutti i media, soldi. Perché anche la Rete non sfugge a questa regola: per contare, per influenzare servono i soldi». 
 
Il regista Enrico Vanzina ha scritto che il cinema è arrivato prima della sociologia. Per raccontare l'Italia di questi anni non servirà De Rita, basterà De Sica?  
«Il disastro antropologico l'avevo capito. Ma le feste no, non le avevo immaginate. Per arrivare alla Repubblica Cafonal serviva la fantasia di un artista».