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La letterina del sabato 10 maggio 2025

Care Amiche e cari Amici,

siamo ancora pervasi da quel “gaudium magnum”, la grande gioia (eh, sì, “gioia”, ndr) che ha avvolto tutte le Donne e tutti gli Uomini di buona volontà quando, ieri l’altro, c’è stata la fumata bianca che ha annunciato il nuovo Papa.  Alla sorpresa planetaria per la scelta che lo Spirito Santo ha operato attraverso i cardinali, si sono accompagnati segni ed emozioni che ciascuno ha potuto sentire e valutare a modo suo. 

Tra la fumata bianca e l’annuncio del Protodiacono, ho fatto in tempo a tornare a casa con mia Moglie e, man mano che ci avvicinavamo a Miglianico la vedevamo incorniciata da un maestoso arcobaleno, che sembrava messo lì apposta. Una coincidenza? Forse, ma è stato davvero emozionante. Poi l’annuncio del Papa “americano”, con quel momento di silenzio che ha manifestato la sorpresa di quelli che erano accorsi in Piazza San Pietro. Quel silenzio è stato lo stesso seguito all’annuncio di Papa Woytila, che, a sentirlo nominare, sembrò tutto meno che un polacco. Più di quella volta e delle altre volte che ho vissuto da spettatore televisivo un Conclave, il silenzio ha fatto posto ad un grande entusiasmo con cori da stadio che sinceramente non ricordo di aver ascoltato dall’elezioni di Papa Luciani a quella di Papa Francesco.

 

Lo Spirito Santo ha fatto centro almeno due volte. Il Conclave ha dato più di una lezione a questo mondo. Innanzitutto ci ha donato il tempo dell’attesa, un’attesa che nessuno può forzare, un tempo che nessuno può costringere a esser più veloce. Il rito ci ha consentito di avere tempo per capire, per riflettere, anche per distrarci senza timore di perdere nulla. Un rito senza frenesia tecnologica, addirittura affidato volutamente a strumenti apparentemente obsoleti ma capaci di farci fermare, senza correre, senza fretta. La seconda lezione è stata, invece, nella rapidità inattesa, che ha smentito tantissime previsioni colte ed informate, con la quale 133 uomini, provenienti da 71 Paesi di tutti i continenti, con formazione ed esperienze diverse e, tranne la stessa fede in Cristo, forti di convinzioni non certo allineate militarmente, sono riusciti a trovare un accordo ampio e convinto. Mentre il mondo, tutti noi in questo mondo, non solo i potenti, siamo bravissimi a litigare e a dividerci su tutto e impieghiamo mesi e anni per fare un passo verso l’altro, il Conclave ha dato una risposta chiara e forte di solida concordia in sole tre o quattro votazioni, ammesso che non sia stata già chiara la prima, vista la durata di quella sessione. Un elemento mi ha fatto pensare che Papa Prevost sia stato certo della sua elezione ben prima della votazione che formalmente lo ha eletto: si è affacciato alla Loggia delle benedizioni con un discorso scritto, scritto a penna e, quindi, non preparato prima del Conclave. Deve averlo scritto prima dell’ultima votazione perché difficilmente, appena eletto, avrebbe avuto tempo e tranquillità per mettersi a scrivere non appunti ma un lungo discorso. E che discorso! Tutti abbiamo notato quell’incipit dedicato alla Pace. Andrebbe scolpito nell’aula delle Nazioni Unite, sugli stipiti dei tutti i Palazzi governativi del mondo e, prima ancora, nei cuori di tutti i potenti. Voglio però sottolineare quel richiamo al ruolo simbolicamente rinnovato che il Papa ha quando viene chiamato Pontefice. I Pontefici dell’antica Roma erano al vertice delle gerarchie in quanto eredi di quel misto di sapienza e di sacralità che veniva dal saper costruire i ponti (pontem facere, fare ponti) cosa che ai tempi della Roma repubblicana e ancor prima di allora era più che un’arte ingegneristica: i fiumi erano risorse idriche ma soprattutto confini spesso invalicabili, a volte così potenti e non domabili da esser considerati divinità. I pontefici erano quelli che riuscivano a vincerli. Oggi, come ci ha chiaramente ricordato Papa Leone, dobbiamo esser noi tutti costruttori di ponti, il che è più difficile che in quel passato, non per le difficoltà tecnologiche ma per la durezza del nostro egoismo che rende molli e inadeguati i pilasti dei ponti che pensiamo di volere attraversare o far attraversare. 

Torno alle cose particolari che mi hanno colpito mentre ho vissuto l’emozione del conclave. E voglio condividere con i miei eroici ventitré Lettori queste piccole sensazioni che restano sotto quel meraviglioso arcobaleno e che conducono alla nostra Miglianico. Le racchiudo nel richiamo alla data dell’elezione di questo nuovo Papa che ha decisone di cimarsi Leone che ha una assonanza non proprio difficile da cogliere con Pantaleone. L’8 maggio, che Papa Leone ha ricordato esser il giorno della Madona di Pompei, cara a mia Nonna Assunta che mi ci portò da bambino, era anche la festa di San Michele Arcangelo, che a Miglianico veniva celebrata anche a livello civico fino a qualche decennio fa, perché a lui, l’Arcangelo che combatté e sconfisse il demonio, la nostra chiesa madre è dedicata sin dalla sua fondazione. 

Altre due piccole riflessioni non legate al Papa ed al Conclave voglio infine condividere con i miei eroici ventitré Lettori.

La prima è legata a ieri, 9 maggio, anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Un giorno che non riuscirò mai a dimenticare e che sempre più non accetto che venga raccontato secondo le ricostruzioni “suggerite” dagli “uomini delle brigate rosse”, indiscutibilmente false in larga parte, cioè nelle parti più importanti.

L’altra piccola riflessione è legata al silenzio, tutt’altro che vincolato dal giuramento di un Conclave. È il silenzio ufficiale che, a 11 mesi dalle elezioni, continua da parte di maggioranza ed opposizione, accomunate dall’incapacità di trovare una sola ora per parlare coi Cittadini. Tutti quelli di “Miglianico Cambia” e quelli della minoranza possono sparare miliardi di messaggi social e illudersi di aver detto, contraddetto, protestato e spiegato. Tutta fuffa. Noi Miglianichesi siamo andati in carne e ossa a votare, concretamente, con schede e matite non virtuali. Abbiamo pensato a persone in carne e ossa. Abbiamo scelto quelle simpatiche e dotate di intelligenza e di passione, affidando loro la responsabilità di gestire per nostro conto la cosa pubblica locale. E, nel contempo, abbiamo impedito che quella responsabilità venisse affidata a chi non abbiamo ritenuto simpatico, affidabile, dotato di intelligenza e passione ed altro ancora che pure è stato scelto da altri Concittadini, la minoranza della Cittadinanza ma non certo da nessuno. Orbene, gli uni e gli altri degli eletti questo passaggio concreto, fisico oltre che intellettivo e passionale, lo hanno evidentemente dimenticato. Questo non va bene. La democrazia è faticosa ma è una fatica necessaria, indispensabile, vitale. Non si può pensare di farla respirare una volta ogni cinque anni, sennò muore.

Buona Domenica

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