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    Omaggio a Lucio Zannolli

     

    Dio ha scelto per lui il giorno di San Francesco d’Assisi per aprirgli le porte dell’eternità.

    Lucio Zannolli, Lucio, semplicemente Lucio come tutti lo abbiam sempre chiamato, ha iniziato il Suo viaggio più bello nel giorno del Santo Patrono d’Italia ma anche del Santo poverello. Il Buon Dio ha scelto per lui un giorno di così grande significato.

    Ho sperato che potesse farcela ma avevo capito che non l’avrei più rivisto.

    Ora Lucio, farmacista, professore, politico, tifoso, provocatore adorabile col suo personalissimo esser bastian-contrario, uomo buono e amico potrò solo raccontarlo. Non ora. Troppi sono i fatti, gli episodi, le vicende e gli aneddoti che meriterebbero egual posto in una serie di racconti. Nessuno forse da solo potrebbe raccontare a tutto tondo com’era lui, Lucio.

    Oggi gli va reso l’omaggio che merita. Appunto nella carne viva della mia memoria quel che gli devo, che ognuno di questa Comunità gli deve. E’ stato certamente il nostro Farmacista, ma come ce ne son pochi, forse pochissimi al mondo. Competente, attento ma soprattutto generoso, e onesto. Quanti come me si son meravigliati nel sentirsi dire “non prenderla questa medicina, non val pena spender questi soldi”. Quanti hanno potuto prendere quel che occorreva senza dover arrossire per non poter pagare. Quanti, che non potevano muoversi, si son visti portare a casa le medicine nelle ore più impensate. Quanti hanno sperimentato la disponibilità nel consiglio, sempre paziente e sorridente, che preveniva, accompagnava e spesso sostituiva la semplice consegna del farmaco, incartato con quella cura particolare, uguale per tutti, ricchi e poveri. Qualche volta l’abbiamo visto anche col camice bianco. Ma non ci si trovava, non era lui con quella divisa che gli sembrava pesare perché era per lui un segno di distanza più che di distinzione professionale.

    Lucio è stato professore brillante ma sempre vicino ai suoi studenti, come pochi tra quelli che ho conosciuto, soprattutto vicino ai giovani di Miglianico che lo ebbero come docente negli istituti superiori di Chieti, quando le distanze erano accresciute anche per l’essere ragazzi di paese.

    Lucio è stato politico, uno dei più atipici, comunque singolarissimo nel panorama del tempo. E’ stato Consigliere Provinciale, eletto a sorpresa pur essendo candidato del suo PLI, quel partito liberale che a Miglianico aveva e, dopo di lui, ha avuto sempre poche unità di voti. E’ stato consigliere comunale della DC dall’85 al ’95, volutamente candidato come ultimo della lista, volutamente solo consigliere al servizio degli altri, senza chiedere incarichi o posizioni. Fu tra i primi a scommettere sulla stagione berlusconiana e su Forza Italia, forse è stato anche tra i primi a capire che era finita.

    Tifoso, non solo e non tanto del Milan, era tifoso nella infinita discussione sportiva che ha fatto risuonare tante volte la nostra piazza e la sua farmacia. Come tale godeva e si divertiva un mondo a fare il bastian-contrario solo per tenere accesa la discussione. E non solo quella sportiva, perché in ogni discussione portava sempre come esempio di civiltà l’Inghilterra anche quando non serviva e gli piaceva sconcertare il crocchio degli ascoltatori rievocando pagine truci della storia, materia di cui era cultore appassionato.

    Oltre questo è stato tanto altro, come lo sono i Cittadini capaci di impegno generoso. Lo è stato per la Cantina Sociale, per le attività associative di ogni genere che mai hanno ricevuto un suo no. Ha dato tempo, passione e competenza. Non ha mai chiesto nulla.

    Pochi forse sanno che anche la nostra Comunità parrocchiale deve qualcosa, forse più di qualcosa a Lucio. Non era per motivi di salute che don Vincenzo, di venerata memoria, si fermava in farmacia scendendo dalla chiesa dopo la Messa Vespertina. Certo, Lucio era l’amico prediletto e disponibile a partecipare al Gruppo di Animazione Parrocchiale o anche alle intense serate (spesso nottate) a casa di don Vincenzo a dibattere di attualità, impersonando volentieri il ruolo di ateo o di contraddittore. Ma Lucio è stato anche, se non il custode, il “consigliere finanziario” di don Vincenzo che voleva tenere da parte e voleva far fruttare i soldini destinati alla nuova Chiesa di San Rocco, quei denari che il nostro indimenticato Parroco non voleva vedere svalutati dall’inflazione che allora viaggiava a due cifre.

    Ne ebbi la prova perché, su suggerimento di don Vincenzo, in quella veste aiutò anche noi giovani de “Il Guitto Ripugnato”. Nel 1980, raccogliemmo qualche denaro sia con le offerte ricavate da due sere di teatro in cripta sia con la vendita della carta da macero raccolta sempre in quella primavera. Andammo a chiedergli aiuto e gli consegnammo i soldini raccolti. Al momento del versamento all’AIRC (associazione italiana ricerca sul cancro) trovammo la modesta sommetta aumentata di qualche buon interesse. Ma nel gruzzoletto scoprimmo anche la Sua personale generosità, fatta ma non detta.

    Ecco, Lucio era un uomo buono. Lo era anche quando s’infervorava. Ricordo che lo scegliemmo per simulare una faida interna al gruppo consiliare. La madre, Donna Aida, non sapeva che era una messa in scena ed era preoccupatissima. Discusse a gran voce con Lucio in farmacia. Poi mi prese da parte e mi disse: <Non lo farà (il traditore del sindaco, ndr.) Lucio è buono>.

    . Io lo sapevo già; da tempo lo avevo sperimentato, perché, anche quando ci insegnava a prender in giro i grandi, dimostrava che amava trattare e sapeva trattare con noi bambini. Chi è cattivo non lo sa fare.

    E poi lo si vedeva nella quotidianità familiare, perché anche la farmacia era un po’ casa e bottega. Lo si è visto fino all’ultimo, nella gioiosa esperienza di nipoti e pronipoti. 

    Voglio considerarmi suo amico. Mi ha donato tempo e attenzioni non generiche. Mi ha contestato e rimproverato come sanno fare le persone che ti vogliono bene. La mia personale gratitudine non può che essere affidata alla preghiera che lo accompagnerà nella vita eterna.

    Ma una persona non conta. Lucio è stato amico della nostra Comunità. Come sempre accade, ci accorgeremo di questo ora che non c’è più. Ma spero che, una volta tanto, questa Comunità sappia onorare chi, come lui, lo merita davvero; lo merita non per un fatto eccezionale ma per tutti i giorni, i tanti giorni della sua amicizia. Proporrò di intitolargli una delle aule della Scuola Media, la sede dove ha concluso la sua esperienza di docente. Spero di avere il tempo e il consenso per riuscirci.

    Oggi sono tra quelli che lo onorano con lacrime non trattenute; lacrime sincere, ma senza la triste disperazione che ne offenderebbe la memoria e il posto che avrà nella vita eterna: il giusto applauso per un uomo buono.

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    Intervista

    Questi politici hanno solo fame

    di Marco Damilano

     

    «La seconda Repubblica è fondata su onorevoli e dirigenti arrivati al potere senza selezione e con una sola idea: far carriera e guadagnare tanti soldi». Parla il sociologo Giuseppe De Rita

    (02 ottobre 2012)

    Siamo nella fase della betoniera. E c'è solo da sperare, con un po' di cinismo, che alla fine succeda anche in Italia quello che avvenne negli Stati Uniti, con le grandi famiglie politiche che sono nate sul traffico degli alcolici...». Giuseppe De Rita, 80 anni, fondatore del Censis, commenta le cronache di questi giorni. A vedere le foto del toga party con gli invitati mascherati da maiali sembra di sfogliare le tante immagini prodotte dall'interprete della società italiana nei suoi rapporti degli ultimi venti anni: l'individualismo sfrenato, il disastro antropologico, l'eclissi della borghesia, la mucillagine, la poltiglia... «Ci metteremo almeno quindici anni a ricostruire qualcosa dopo questo dissolvimento».

    Già nel 2002 in "Il regno inerme", a proposito di classi dirigenti, lei parlava di un «paesaggio desolato». Quando è partito il vuoto morale e politico?
    «Sul piano istituzionale noi abbiamo fatto un gravissimo errore quando abbiamo dato maggiori poteri alle Regioni, fondando non uno Stato delle autonomie ma un federalismo dall'alto con la verticalizzazione del potere rappresentata dai governatori. Nessuno di noi all'inizio degli anni Settanta pensava a una decadenza così forte. Per paura della Lega e della secessione di Umberto Bossi il sistema romano ha offerto come risposta questo federalismo puntato sulle Regioni. Si sono scomodate grandi parole per nobilitare un processo senza controlli».

    Risultato?
    «Le Regioni sono la zona buia della politica in cui ciascuno fa il comodo proprio. Con in più il potere incentrato sulla figura del governatore che aggrava la situazione. Perché il troppo potere nella zona buia significa che o il governatore non riesce a controllare quanto avviene oppure è connivente. Si sente il padrone del mondo, ma poi nei fatti si ritrova a trattare con i Daccò in Lombardia o con gli Abruzzese e i Fiorito nel Lazio. La Polverini si è trovata di fronte a una manica di consiglieri da accontentare e si è scelta la strada più rapida per assimilarli: si sono distribuiti i soldi al consiglio regionale. Non è il metodo Scilipoti ma poco ci manca. Non è una vendita, è un comprare direttamente. Soltanto in pochi sono riusciti a fare sistema nelle regioni, ma quando il 70 per cento delle risorse se ne va in sanità vuol dire che le regioni non fanno altro. Resta un assembramento di liste di persone che fanno dell'essere consigliere una professione. E che per continuare a farlo hanno bisogno di soldi, molti soldi. Il decisionismo, la verticalizzazione, la personalizzazione hanno portato alla centralità dei soldi. Cherchez l'argent: chi ha i soldi si organizza la carriera in proprio, chi non ce li ha si aggrappa alla mano pubblica. L'Affarpolitica di cui parlava anni fa Adolfo Beria di Argentine».

    Non è sempre stato cosi? Anche la Prima Repubblica si fondava sui politici di professione...
    «Ricordo che nel '76 il cardinale Ugo Poletti convocò me e Vittorio Bachelet e ci chiese di candidarci nella Dc per il Campidoglio. Giulio Andreotti faceva il capolista, io e lui i numeri due e tre, uno di noi avrebbe fatto il sindaco. Non ci vide particolarmente entuasiasti, allora ci richiamò all'obbedienza. Io gli risposi: "Cardina', manco per l'obbedienza". Bachelet invece obbedì, si candidò e arrivò al diciottesimo posto, superato da oscuri democristiani che difendevano la loro posizione».

    Qual è la differenza tra loro e Batman?
    «Oggi questi qui arrivano senza nessuna selezione, in alcuni casi collocati in un listino senza prendere un voto, gli vengono regalati stipendio e vitalizio... Non hanno fatto le Frattocchie, non hanno frequentato l'Azione cattolica, ma chissenefrega, pensano, abbiamo il potere».

    Chi sono Fiorito e i suoi fratelli?
    «Personaggi che hanno dentro di sé il Dna, lo stigma del parvenu, nel senso tecnico del termine, vengono dal nulla. Pietrangelo Buttafuoco ha scritto che erano i marginali del Msi, di An. Si sono dati una riverniciata, ma nel cuore sono rimasti marginali. E nella Seconda Repubblica questo è avvenuto almeno in tre casi. La prima ondata furono i leghisti, all'inizio degli anni Novanta: arrivarono dalle vallate, conquistarono il governo nazionale e Bossi pensò che si potesse fare tutto, compreso incoronare il figlio. Lo stesso, in modo più patinato, ha fatto il berlusconismo, la seconda ondata: le donne soprattutto, in un mondo ordinato ben che vada sarebbero rimaste funzionarie di Publitalia, poi è arrivata la rivoluzione berlusconiana e le varie Nicole Minetti, la più appariscente della categoria. Non avevano il fuoco della politica, la politica restava delegata al Grande Capo, toccava a lui con le sue imprese conquistare il potere e regalarlo ai suoi. Infine, sono arrivati i marginali del post-fascismo: gli affamati amici di Alemanno. Lui è di buona volontà ma è circondato dai capipopolo. Risultato: vent'anni hanno consegnato a gruppi di marginali l'illusione di diventare borghesi. Un populismo riverniciato da neo-borghesia. La nuova arroganza del potere».

     

    Però i partecipanti dell'Ulisse-party non sono parvenu, sono i figli della classe dirigente. Medici, avvocati, professionisti, giornalisti, la tanto decantata società civile, la mitica Roma Nord...
    «Sì, ma anche il figlio di papà ha ritenuto che la politica fosse la strada più comoda e rapida per emergere. No, mi creda, quella è la festa di chi è arrivato tardi e ora vuole tutto e subito. Ed è per questo che un personaggio come Fiorito diventa una grande figura: grazie alla politica e ai soldi. Questi della festa lo vedevano e pensavano: "Ahò, mica male..."».

    Le Regioni sono state una grande speranza, ora un giurista come Michele Ainis quasi ne invoca l'abrogazione. Cosa si può fare per rimediare?
    «Solo Monti potrebbe fare qualcosa, ma un governo che ha già fatto approvare decine di decreti a colpi di fiducia non può fare per decreto anche una riforma costituzionale. Per ricostruire un impianto istituzionale degno di questo nome serviranno dieci-quindici anni, se va bene».

    Per ricostruire la classe politica serve il tutti a casa?
    «Siamo nella betoniera: è il momento di macinare tutto. E sperare, chissà, che succeda a noi quello che accadde negli Stati Uniti, quando dai commerci della droga e dell'alcol sono nate le grandi famiglie del capitalismo e della politica».

    Fino a pochi giorni fa i leader di partito ripetevano: dopo Monti con le elezioni del 2013 tornerà la politica. Si illudono?
    «E' difficile che rinasca la politica come l'abbiamo conosciuta, quella che arrivava in alto e poi riscendeva. De Gasperi volava a Washington, il cuore dell'Impero stava lì, poi rientrava a Roma e costruiva consenso. I dirigenti del Pci andavano a Mosca, ma poi tornavano nella sezione di via dei Giubbonari a fare l'assemblea con i compagni. I politici erano interpreti di collegamento tra i centri decisionali e la società. Oggi le decisioni si prendono altrove: le banche, l'Europa, l'asse Merkel-Hollande... Solo il professor Mario Monti e il dottor Mario Draghi partecipano della sovranità. E non c'è più nessun rapporto tra i due livelli: Monti va a New York, non può occuparsi della Calabria. Il potere vola in alto, il resto rimane in basso, nella zona buia. E tutti gli altri, i cosiddetti leader, non decidono nulla, non hanno una base di riferimento. Puntano sulla personalizzazione di se stessi, tutto sull'immagine e nulla sulla sostanza. Vivono delle campagne mediatiche e degli ingenti finanziamenti che servono per farle».

    Vale per tutti i partiti? Anche per il Pd?
    «Ha letto la Carta di intenti? Sono linee a dir poco generiche, ciascuno di noi l'avrebbe potuto scrivere...».

    Lei ha scritto che Monti non basta: bisogna armare il fronte interno di «emozioni collettive»: una nuova vitalità di idee e di classi dirigenti. La parola d'ordine della rottamazione le sembra utile?
    «Sì, se è un modo per chiamare una generazione alla battaglia. Renzi lo conosco poco. A Firenze quando ha vinto le primarie è stato di una bravura straordinaria, ha sconfitto un gruppo di vecchi stalinisti che non avevano capito nulla. Non si può escludere che adesso succeda la stessa cosa a livello nazionale. Bersani lo ha capito, altri, anche i più autorevoli, sembrano ripetere l'errore. Ma il cambiamento potrà arrivare solo da un leader che si è già affermato. Se Renzi vince le primarie la sua battaglia comincia, non finisce».

    L'antipolitica di Beppe Grillo è una risposta?
    «Grillo è come Craxi. Ripete il circuito innescato da Bettino negli anni Ottanta: personalizzazione, visibilità su tutti i media, soldi. Perché anche la Rete non sfugge a questa regola: per contare, per influenzare servono i soldi».

    Il regista Enrico Vanzina ha scritto che il cinema è arrivato prima della sociologia. Per raccontare l'Italia di questi anni non servirà De Rita, basterà De Sica?
    «Il disastro antropologico l'avevo capito. Ma le feste no, non le avevo immaginate. Per arrivare alla Repubblica Cafonal serviva la fantasia di un artista».

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